In Sardegna in tanti si chiedono quanto il nuovo governo regionale di Alessandra Todde potrà cambiare qualcosa sull’annoso problema delle servitù militari, che da quasi settant’anni opprimono e avvelenano il territorio.

Gli espropri dei terreni e l’installazione delle tre principali basi militari in Sardegna risalgono al 1956 e da quell’anno l’isola può vantare il record di regione più militarizzata d’Italia, con il 59,97 % delle basi di tutta l’Italia. [1]  Nello specifico, il poligono del Salto di Quirra, sulla costa sudorientale e quelli di Capo Teulada e di Capo Frasca sulla costa sud-centro occidentale. In seguito a questa situazione, consolidatasi nei decenni, le cittadine e i cittadini sardi si ritrovano ad essere gli involontari spettatori della preparazione delle guerre, durante le esercitazioni militari che coinvolgono periodicamente non solo i perimetri delle basi, ma anche il suolo e il mare circostanti.

Durante gli ultimi anni, già prima dello scoppio della guerra in Ucraina, il calendario delle guerre simulate si è fatto sempre più fitto, con il coinvolgimento non solo delle forze dei paesi NATO, ma anche di altri eserciti “alleati”, fra i quali spicca quello israeliano. Dovrebbe risultare chiaro anche ai profani, che un impiego così continuativo e massiccio di armamenti bellici sul suolo e sul mare, non può che provocare una massiccia e perdurante contaminazione dell’habitat naturale, col rischio di un vero e proprio disastro ambientale e, conseguentemente, anche per la salute umana.

Alla fine se n’è accorta anche la magistratura: nell’udienza del 16 giugno 2023 al palazzo di giustizia di Cagliari, il giudice per le udienze preliminari (GUP) Giuseppe Pintori, nonostante la richiesta di proscioglimento del pubblico ministero, ha rinviato a giudizio i generali Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni, per non aver fatto nulla per le bonifiche delle aree bersagliate durante le esercitazioni nel poligono di Capo Teulada, fra il 2008 e il 2016, provocando un disastro ambientale e danni alla salute alle persone, fino alla morte. Questi sono i capi di imputazione che dal 25 gennaio 2024 li chiamano ad un processo penale che, per il momento batte la fiacca. E molti ricordano l’assoluzione, al Tribunale di Lanusei nel 2021, “per mancanza di idonea prova” di altri otto comandanti militari che avevano guidato il Poligono di Salto di Quirra (Perdasdefogu), dall’accusa di omessa cautela per possibili infortuni e disastri, negli anni tra il 2002 e il 2010. Ma in questo nuovo procedimento si può parlare di prove concrete, visto che la così denominata “Penisola Delta”, istmo a mare all’interno del poligono, è stata bersagliata negli anni da migliaia e migliaia di bombe, fra cui i famigerati missili “milan”, che rilasciano torio e cesio, sostanze notoriamente radioattive e gli stessi militari l’hanno battezzata come imbonificabile.

Ma al di là del dovuto interesse della magistratura per fatti gravi come il disastro ambientale, i movimenti di cambiamento sociale che si battono per la pace e il disarmo si domandano quale sarà l’interesse della politica regionale sarda. C’è un naturale scetticismo, visti i non incoraggianti precedenti. Tuttavia nel nuovo governo regionale guidato da Alessandra Todde, mi pare possa essere riposta qualche aspettativa, soprattutto se saprà mantenere il contatto con la società civile, con i comitati territoriali, con i movimenti.

Il programma elettorale del Campo Largo in materia di servitù militari non lascia molto spazio all’idea di una Sardegna libera dalla guerra e dalle basi, cosa che molti sardi auspicherebbero. D’altra parte sappiamo bene che i poteri di una Regione, pur se Regione Autonoma, non possono riguardare il comparto della Difesa: i margini sono solo quelli della negoziazione.

Infatti nel programma “si propone un tavolo di concertazione per rendere le servitù militari sostenibili, valorizzare gli usi civici, conciliare le attività militari con gli usi civili e di ricerca, bonificare, rigenerare, riconvertire beni militari inutilizzati”. [2]

Devo far notare come possa essere recepito in modo doloroso l’uso dell’aggettivo “sostenibile” in materia di servitù militari, dal momento che è sempre stata sostenuta l’insostenibilità di un tale concentramento su una sola regione. Se si volesse veramente renderlo più sostenibile, dovremmo andare a negoziare una riduzione progressiva, a partire dalla dismissione di un poligono importante: aprire una vertenza tra Regione e Stato.

Bonificare e rigenerare sono parole-chiave dai forti significati. Ma chi dovrebbe bonificare ciò che giudica “imbonificabile”?  Il rigenerare potrebbe avvenire solo se non si bombardasse più, ciò che nella congiuntura internazionale attuale appare altamente improbabile. E allora è ancora tutto all’aria? Non è detto. Perché riconvertire i beni militari inutilizzati potrebbe restituire all’uso pubblico risorse importanti, come caseggiati e giardini, utilizzabili per la sperimentazione di centri di ricerca per la nonviolenza e il disarmo, già contemplati nella proposta di legge “Un’altra difesa è possibile” e come poli culturali e inclusivi.

Quanto il nuovo governo regionale potrà fare al riguardo, dipenderà anche dalla capacità di ascolto delle istanze della società civile e dei giovani.

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 6 Marzo 2024

 

 

[1] Fernado Codonesu. “Servitù militari modello di sviluppo e sovranità in Sardegna” – University Press.

[2] Dal “Programma della lista Campo Largo” per le elezioni regionali sarde.