Nei giorni scorsi ha avuto una certa eco la nota di lettura con la quale i tecnici dell’Ufficio bilancio del Senato avrebbero bocciato il disegno di legge del ministro Roberto Calderoli dedicato all’autonomia differenziata (nota in un primo momento pubblicata senza la dicitura “Bozza provvisoria non verificata”), soprattutto perché aumenterebbe il divario tra le Regioni e le diseguaglianze tra i cittadini.
Diseguaglianze che già ora caratterizzano il nostro Paese, rendendolo profondamente ingiusto. Bisognerebbe iniziare a guardare il regionalismo -differenziato o meno- dalla parte di chi già oggi patisce i suoi effetti, partendo -per esempio- dai malati, dalle donne e dai bambini.
Nel “Rapporto civico sulla salute 2023”, presentato da Cittadinanzattiva nei giorni scorsi a Roma colpisce, tra le altre cose, la questione relativa alle liste d’attesa.
Per fronteggiare i ritardi e le mancate prestazioni non erogate nel 2020 da parte delle strutture pubbliche e private accreditate a causa dell’emergenza epidemiologica sono state messe in campo delle misure straordinarie per il recupero delle liste di attesa pari a circa 500 milioni di € per il 2020 (decreto legge n. 18 del 2020 (DL. Crescita). Successivamente l’articolo 26 del decreto legge 73 del 2020 (c.d. Sostegno bis) ha previsto la proroga, fino al 31 dicembre 2021.
In seguito a queste misure la Legge di Bilancio 2022 ha nuovamente messo a disposizione delle regioni i medesimi fondi (non ancora utilizzati dalle regioni) per tutto il 2022 e stanziato ulteriori 500 milioni di € con il medesimo fine: avviare piani straordinari di recupero delle liste d’attesa.
Ad oggi, la situazione non appare per nulla risolta, o almeno non in tutte le regioni ed i fondi messi a disposizione non sono stati neanche del tutto utilizzati: circa il 33% non è stato utilizzato per un totale di 165 milioni.
Vi sono 3 Regioni che hanno speso qualcosa di più di quello che avevano a disposizione, e cioè Emilia-Romagna (37 milioni), Friuli Venezia Giulia (10 milioni) e Piemonte (36 milioni). La Liguria invece è al 100% (di 13 milioni). Sono andate bene la Toscana (91% di 31 milioni), la Lombardia (85% di 84 milioni), la Basilicata (81% di 4,5 milioni) e il Veneto 80% di 41 milioni.
Si tratta prevalentemente di grandi Regioni, che fanno poi alzare la media dei soldi spesi in totale dalle amministrazioni locali perché disponevano di fondi proporzionali al numero degli abitanti. Arrivano almeno ad un terzo dei soldi utilizzati, la Valle d’Aosta (32%), la Campania (35%) e le Marche (36%). Stanno intorno alla metà, invece, l’Abruzzo, il Lazio e la Provincia di Trento (49%). Infine, l’Umbria è al 62% e la Puglia al 66%. I dati raccontano che il Molise ha investito per le liste d’attesa solo l’1,7% di quanto aveva a disposizione, circa 2,5 milioni. Male anche la Sardegna (26%), la Sicilia (28%), la Calabria e la Provincia di Bolzano (29%).
Il Rapporto, oltre allo “scandalo liste d’attesa”, traccia un quadro impietoso della sanità con pronti soccorso presi d’assalto e scarso accesso alla prevenzione quali criticità che affliggono tutta la sanità italiana, dal nord al sud. Ci sono poi criticità che mettono in ginocchio le singole Regioni: “In Campania – racconta Lorenzo Latella, segretario di Cittadinanzattiva Campania – i centri convenzionati, così come stabilito da delibera regionale, dispongono di un tetto di spesa mensile prestabilito talmente esiguo, da esaurirsi entro i primi quattro-cinque giorni di ogni mese”.
In Toscana, i riflettori sono puntati sulla salute mentale: “La carenza di personale affligge tutto il Sistema Sanitario Regionale, ma i dipartimenti di salute mentale sono senz’altro i luoghi in cui se ne pagano le conseguenze peggiori. E i recenti fatti di cronaca ne sono la triste dimostrazione”, racconta Maria Platter, componente del Consiglio di amministrazione di Cittadinanzattiva Toscana. Qui il Rapporto: https://www.cittadinanzattiva.it/rapporti-osservatori-e-indagini/5-report.html.
Ne “Le Equilibriste. La Maternità in Italia 2023” di Save the Childre (da consigliare a tutti coloro che si adoperano per superare il cosiddetto “inverno demografico”) si legge: “Il divario nella partecipazione al mercato del lavoro assume caratteristiche nette, dividendo il Paese tra Nord e Sud e le donne a seconda del loro livello di istruzione. Per quanto riguarda le differenze geografiche, le rilevazioni sul quarto trimestre 2022 mostrano che nel Mezzogiorno l’occupazione delle donne risulta al 35,3%, tra le più basse in Europa: è proprio al Sud che il divario di genere nella partecipazione si fa più allarmante: 23,8 punti percentuali separano infatti l’occupazione femminile da quella maschile, contro i 13,9 del Nord e i 13,6 del Centro”. Aggiungendo: “Anche la disoccupazione mostra ampie divergenze tra aree geografiche, laddove il tasso di disoccupazione è minimo al Nord – tra chi è senza figli, del 4,9% per gli uomini e del 6,8% per le donne; mentre tra chi ha figli minorenni dell’1,8% per gli uomini, quindi estremamente bassa, contro il 5,5% per le donne – e massimo nel Mezzogiorno – tra chi è senza figli, 17,1% per gli uomini, 21,2% per le donne; con figli minorenni: 8,7% per gli uomini, contro 15,9% per le donne. Ulteriori analisi mostrano che, anche in questo caso, sono le giovani donne del Sud ad essere maggiormente colpite dalla disoccupazione che, mentre per gli uomini dell’area meridionale raggiunge tra i 25-34enni un picco massimo del 19% tra chi non ha figli e del 13,9% tra chi ha figli, per le donne arriva a quota 26,6% tra le senza figli e al 24,2% tra chi ha figli”. E nel Rapporto non mancano riferimenti all’infanzia: “Nell’anno educativo 2020/2021, la percentuale di bambini sotto i 3 anni che hanno frequentato un servizio educativo offerto dai Comuni era del 13,7%, con ampie differenze tra regioni (ma anche all’interno delle stesse regioni): nei Comuni della Calabria, solo il 2,8% dei bambini frequentava un nido a fronte del 28,4% nei Comuni dell’Emilia Romagna. La spesa pro-capite sostenuta dai Comuni, che nella media italiana era di 909 euro annui, variava dai 2.617 euro nella Provincia Autonoma di Trento o i 1.996 in Emilia Romagna ai 110 euro della Calabria. Oltre ai divari territoriali, nella fruizione dei servizi alla prima infanzia – in questo caso pubblici e privati – sussistono differenze significative a seconda delle condizioni socioeconomiche delle famiglie e del livello d’istruzione della madre: il 38% dei bambini la cui mamma aveva un livello di istruzione terziaria nel 2019 era iscritto al nido, ma la percentuale scendeva al 21% tra quelli la cui mamma aveva un titolo di studio inferiore”. Qui il Rapporto: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-in-italia-2023.

E di infanzia si occupa anche l’“Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia 2022” del Cesvi, rapporto giunto alla sua quinta edizione che ancora una volta evidenzia un Paese spaccato in due, dove davvero chi nasce e cresce al sud ha maggiori possibilità di incorrere in casi di maltrattamento familiare poiché i servizi che il sud riesce a fornire alla popolazione non permettono di abbattere i fattori di rischio. Scrive il Cesvi: “Tra le regioni con il più elevato livello di capacità di accedere alle risorse e ai servizi si rilevano il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige, la Toscana e l’Umbria. Tra le regioni con maggiori criticità si osservano invece il Molise, l’Abruzzo, la Sicilia e la Campania”. Con la Campania che in tutte le edizioni si conferma ultima in graduatoria, a elevata criticità perché gli investimenti in istruzione, in salute, in welfare e nella capacità di muoversi sul territorio non sono sufficienti. E nel 2022 la Campania registra addirittura un peggioramento. Le ultime quattro posizioni dell’Indice sono occupate infatti da Campania (20°) Calabria (19°), Sicilia (18°) e Puglia (17°). La regione con la maggiore capacità nel fronteggiare il problema del maltrattamento all’infanzia, sia in termini di contesto ambientale che di sistema dei servizi è invece, come negli anni precedenti, l’Emilia-Romagna, seguita da Trentino-Alto Adige (2°), Friuli-Venezia Giulia e Veneto che si scambiano il terzo e il quarto posto, e Toscana, confermata alla quinta posizione. Qui il Rapporto: https://www.cesvi.org/approfondimenti/indice-regionale-sul-maltrattamento-allinfanzia-italia/.
Intanto, sul fronte delle iniziative per contrastare l’Autonomia differenziata della Lega per fortuna qualche buona notizia c’è: sulla proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare volta alla modifica degli articoli 116.3 e 117 della Costituzione, sostenuta dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, sono state raccolte oltre 100mila firme. Un risultato eccezionale!
“Ma proprio le firme raccolte- ha scritto Massimo Villone (www.ilmanifesto.it 20/5/2023)- ci dicono di un paese diviso. In tutto il Nord, dal Friuli-Venezia Giulia alla Liguria aggiungendo anche l’Emilia-Romagna, le firme raccolte sono pochissime. Tante, invece, dal Sud. Ed è mai possibile che con i tradizionali banchetti il Molise raccolga più firme dell’Emilia-Romagna?”.