Nel prossimo decennio bisogna rimettere in sesto un’area grande almeno quanto l’intera Cina. È questo l’obiettivo posto dal nuovo rapporto a firma Unep (il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente) e Fao (l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni unite) del 3 giugno, dal titolo “Becoming #GenerationRestoration: ecosystem restoration for people, nature and climate”, se davvero vogliamo rendere concreta la decade (2021-2030) che l’Onu ha dedicato al ripristino degli ecosistemi.

Perdita di biodiversità, inquinamento chimico e cambiamento climatico sono le tre più gravi emergenze ambientali da affrontare nell’immediato, ricorda lo studio, e con un consumo delle risorse del Pianeta pari a 1,6 Terre ogni anno (secondo il calcolo dell’Overshootday, giorno in cui l’umanità termina le risorse messe a disposizione dai servizi ecosistemici nel corso di un anno) sono destinate a peggiorare. Per questo motivo va garantita la conservazione del capitale naturale su larga scala, uno sforzo che deve servire a prevenire il collasso di molti ecosistemi, che attraverso le funzioni svolte risultano vitali anche per l’uomo.

“Questo rapporto descrive il motivo per cui tutti dobbiamo offrire il nostro contributo di restauro globale”, si legge nell’introduzione del documento, “Basandosi sulle più recenti prove scientifiche, definisce inoltre il ruolo cruciale svolto dai diversi ecosistemi, dalle foreste ai terreni agricoli, dai fiumi agli oceani, e registra le perdite che derivano da una cattiva gestione del Pianeta. Il degrado sta già colpendo il benessere di circa 3,2 miliardi di persone, ovvero il 40% della popolazione mondiale”.

Il ripristino della biodiversità conviene alle persone e all’economia. Nello studio vengono stimati perdite e costi derivanti dalla cattiva gestione del capitale naturale. Ogni anno perdiamo servizi ecosistemici che valgono più del 10% della produzione economica globale, ma invertendo questa tendenza “ci aspetterebbero enormi guadagni”.

In generale, per il ripristino terrestre, escludendo dunque gli ecosistemi marini, bisognerebbe investire almeno una cifra pari a 200 miliardi di dollari entro il 2030. Ogni dollaro investito in questa preziosa attività, però, può creare “fino a 30 dollari di benefici economici” per la collettività. Inoltre, può contribuire in modo determinante alla realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile; al contenimento dell’aumento medio della temperatura terrestre entro i 2°C rispetto ai livelli del 1880, come previsto dall’Accordo di Parigi; e alla tutela della popolazione della flora e della fauna terrestre. Su quest’ultimo punto, è stato stimato infatti che la conversione degli ecosistemi naturali può aiutare a evitare fino al 60% delle previste estinzioni che interesserebbero le specie che abitano il Pianeta.

Per i “molteplici benefici economici, sociali ed ecologici” che possono derivare dal rendere maggiormente resilienti i nostri ecosistemi, lo studio cita la pratica dell’agroforestazione: da sola ha il potenziale di aumentare la sicurezza alimentare per almeno 1,3 miliardi di persone, “mentre gli investimenti in agricoltura, in protezione delle mangrovie e in gestione delle risorse idriche aiuteranno ad adattarsi ai cambiamenti climatici, con benefici circa quattro volte superiori all’investimento originario”.

Il suolo è sempre più inquinato. Ad approfondire la questione “suolo”, in modo da capire dove e come agire per combattere l’inquinamento, ci ha pensato un altro rapporto Fao-Unep del 4 giugno dal titolo “The Global assessment of soil pollution”.

Secondo il lavoro di ricerca l’inquinamento del suolo è un fenomeno riscontrabile un po’ ovunque nel mondo ed è tale da compromettere la qualità del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo. Una situazione che, a causa delle richieste mondiali che arrivano dai sistemi agricoli e industriali, è in continuo peggioramento.

Tra le principali fonti di inquinamento troviamo: le attività industriali e minerarie, i rifiuti urbani e industriali, l’estrazione e la lavorazione di combustibili fossili, e le pratiche agricole legate a trasporti non sostenibili.

Andando nello specifico, lo studio ha rilevato che tra il 2000 e il 2017 l’uso dei pesticidi è aumentato nel mondo del 75% (circa 109 milioni di tonnellate di fertilizzanti azotati sintetici applicati in tutto il mondo nel 2018). Continua a crescere anche l’uso di plastica in agricoltura che solo nell’Unione Europea, e senza contare quella da imballaggi, ammontava nel 2019 a 708mila tonnellate; mentre la produzione annua globale di prodotti chimici industriali è raddoppiata dai primi anni 2000 e ora tocca quota 2,3 miliardi di tonnellate (e si prevede che aumenterà ancora dell’85% entro il 2030).

Per quanto riguarda la produzione di rifiuti, attualmente il mondo ne produce oltre 2 miliardi di tonnellate l’anno: cifra destinata a salire a 3,4 miliardi entro il 2050.

Lo studio, in sostanza, descrive una situazione sempre più grave e di cui non si vede alcuna soluzione all’orizzonte. Basti pensare che neanche la pandemia è riuscita a far comprendere a pieno il bisogno di agire su questi temi e anzi “ha fatto aumentare ancor di più la pressione sull’ambiente, intensificando il rilascio di rifiuti”.

Per invertire la rotta, Unep e Fao propongono da una parte la bonifica dei suoli inquinati, che però risulta complessa e costosa, e dall’altra, la fondamentale attività di prevenzione. Servono poi “sistemi globali di informazione e monitoraggio dell’inquinamento del suolo, quadri legali più forti, maggiori ricerche per determinare meglio l’entità dell’inquinamento del suolo nel mondo”.

Tratto da: https://asvis.it/notizie/2-10048/unep-fao-ogni-dollaro-investito-in-ripristino-della-natura-ne-porta-30-di-benefici#